PARTHENOPE

Ànemos                                                           
Silenzio e voce. Fremito e stasi. Malinconia e magia. Una coesistenza fragile di opposti che stanno lì, insieme, smarriti, scalfiti. Le fotografie di Barbara Fiorillo si presentano come enigmi che non chiedono di essere svelati, ma semplicemente osservati. Per lei sono le orme di Parthenope, la sirena da cui discendono tutti i partenopei, per nascita o per vocazione. Una creatura mitica che da quasi tremila anni incarna il punto di congiunzione tra natura e cultura, bios e logos, corpo e anima. Ali, piume, vento, da un lato. Dall’altro icone della bellezza. Come Marilyn, la sirena pop del Novecento. Il corpo puro di Maria, la parthenos cristiana.
E l’attesa virginale di una sposa rimasta sola tra gli scogli, come sbalzata fuori dal tempo e forse anche dall’amore. Una vasca rivela il moto perpetuo dell’acqua, che non sa dove andare, ma non può rimanere ferma. Proprio come il canto ondivago delle sirene, perenne e involontario. Sospinto dal fuso della dea Necessità. In queste opere si riconosce una vita flebile, respirata a pelo d’acqua, che cerca però di puntellarsi con un simbolo forte. Così la ricerca del soffio di Parthenope, di quel filo di voce che tiene in vita il pensiero, diventa un labirinto interiore. Nel quale lo sguardo rarefatto di Barbara Fiorillo svuota il pieno e riempie il vuoto. Come fa il mito. Nè più nè meno.

Elisabetta Moro
Professore Ordinario di Antropologia Culturale Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”